PECHINO DAGLI IMPERATORI AL CAPITALISMO COMUNISTA

   L’ingresso della Città Proibita con il grande ritratto di Mao

 

«Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d’Erminia, di Persia e di Tarteria, d’India e di molte altre province». Così Marco Polo iniziava il suo «Milione». Ma il viaggio verso l’Estremo Oriente e verso “le diversità delle genti” per noi è cominciato non con una carovana ma con un aereo Air China, un Airbus nuovo di zecca. Le hostess parlano cinese e inglese, sono gentili e subito presenti appena si suona il campanello. Periodicamente, puliscono persino i bagni. Film e programmi sul televisorino sono tutti in cinese e inglese. La notte passa rapida con la parte finale del «Signore degli anelli» e Gollum che sibila nel buio «Treassure, my treassure»…

                                             

Arriviamo intorno alle 14, ora di Pechino, nel terminal C dell’aeroporto: è stato finito per le Olimpiadi, su progetto di Sir Norman Foster (quello del palazzo-proiettile di Londra). L’impatto è davvero eccezionale: visto dall’alto ricorda un drago e il parcheggio coperto lì davanti sembra il guscio di una tartaruga. Osservato dall’interno, il soffitto spiovente dà una visione avvolgente dell’enorme area (1,3 milioni di mq) e tanti archi metallici luccicano su un fondo rosso-arancione (le squame del drago?).
Riprendiamo le valigie, controlli veloci e all’uscita incontriamo la nostra guida, Chang Ching (o qualcosa del genere). È una giovane magrolina e occhialuta di 25 anni che ha studiato 10 mesi a Perugia e parla un buon italiano. I genitori le cambiarono il nome da piccolina perché piangeva sempre: quello attuale significa infatti Serena. Come fanno le guide cinesi, ci invita quindi a chiamarla con il nome italiano.
Il nostro albergo, il Crowne Plaza (catena americana), è in centro, sulla via Wangfujing, isola pedonale e piena di negozi, a poca distanza dalla piazza Tienanmen. L’hotel cinque stelle è infatti elegantissimo, nella grande hall ci sono persino due ascensori panoramici. Unico neo: l’acqua dai rubinetti non è potabile e non lo sarà in nessun altro hotel cinese. Accanto al lavandino si trovano due bottigliette di minerale, evidentemente per almeno lavarsi i denti senza troppi rischi.
Chiediamo alla guida e ci spiega che è questa la normalità: anche a casa sua devono bollire l’acqua dei rubinetti prima di poterla usare per scopi alimentari ed è così un po’ dovunque a Pechino.
Ci informano anche degli orari anticipati dei pasti in Cina: il pranzo (cinese, in corso di escursioni) sarà sempre intorno a mezzogiorno, la cena (col tour operator si è concordato che si tratti di buffet internazionali) dalle 18 in poi. Siamo ormai a ridosso dell’orario e, stravolti dal fuso orario e dalla fame (per il nostro stomaco è mezzanotte), ci presentiamo al ristorante dell’albergo. Il buffet è davvero all’altezza: c’è il sushi ma anche salmone, gamberoni e cozze. Ci sono i piatti cinesi ma si possono chiedere bistecche o pesce alla griglia e il cuoco le prepara all’istante. Gran tavolo di dolci e persino la fontana di cioccolato dove intingere pezzetti di frutta.
                               Spettacolo folkloristico
Dopo cena facciamo prenotare alla guida i biglietti per uno spettacolo di kung-fu in un teatro. La sorpresa positiva è il costo del taxi: tragitti di andata e ritorno di circa 20 minuti, spesa in totale 32 yuan (l’equivalente di 3 euro e venti centesimi). Abbiamo posti in terza fila e lo spettacolo è molto simpatico: in scena più di 30 ballerini acrobati. Il più bravo è anche capace di stare in equilibrio su una spada o di infrangere, con una testata, tre lastre di marmo. Da questa mossa nasce l’urlo che sarà il tormentone del nostro viaggio: UATTOO’…
Da pronunciare, facendo il gesto di infilare due dita negli occhi dell’avversario, quando si fa un buon affare ai danni dei cinesi. O subire dagli altri quando prenderemo i bidoni dai cinesi. Per il taxi risparmioso intanto primo UATTOO’…
Piazza Tienanmen e la coda per visitare il mausoleo di Mao
 

                                        Padiglioni giganteschi all’interno della città proibita

LA CITTA’ PROIBITA
Primo giorno, eccoci a piazza Tienanmen, la più grande del mondo. Il colpo d’occhio è davvero impressionante, anche se il ricordo delle immagini dei carri armati e dei massacri degli studenti nell’89 non si è scolorito. L’enorme piazza rettangolare venne creata dal regime comunista a fianco e come contraltare alla Città proibita. Tanto che il mausoleo di Mao, con la sua architettura stalinista, ne occupa tutta una parte. Lì davanti la coda di turisti e cinesi è davvero lunga: non siamo molto interessati alla mummia e quindi ci dirigiamo all’ingresso della Città dalle 9999 stanze (in realtà qualche centinaio in meno, dicono gli esperti).
Si passa sotto l’enorme foto di Mao, ma l’emozione è grande nell’attraversare le spesse e rosse mura. Entriamo nel regno degli imperatori della Cina, carico di quasi sei secoli di storia. UATTOO’ di felicità…

            Padiglioni all’interno della città proibita

A pianta quadrata, la Città Proibita è il centro ideale di Pechino: la capitale si sviluppa man mano intorno agli edifici imperiali con un reticolato regolare di strade ortogonali e porzioni di territorio chiamate anelli. Attraversate le mura della Porta Meridiana, e poi i cinque ponti di marmo sul fiume Goldwater, ci si trova di fronte la maestosa Entrata dell’Armonia Suprema. 
           I ponti di marmo bianco sul fiume Goldwater

Oltre la quale si stagliano, uno dietro l’altro, gli edifici resi famosi dal film «L’ultimo imperatore» di Bertolucci (ci dicono che è stato l’ultimo regista ad avere l’autorizzazione a girare lì). E poi altre porte, altri palazzi, in un inseguirsi di forme squadrate, sempre con un cortile interno su cui danno tutte le stanze.
In vista delle Olimpiadi sono stati effettuati numerosi restauri e i palazzi si presentano splendenti di rosso e di blu. La nostra guida Serena ci segue e spiega con efficacia l’insieme della filosofia che penetra le architetture ma anche i dettagli: le 9 borchie su ogni portone, il numero imperiale (il 10 era riservato alla divinità). E ad ogni portone la trave incassata a terra per fermare sulla soglia gli spiriti maligni. Sugli spigoli dei tetti dei palazzi più importanti i nove animali in fila e il giallo-oro colore della dinastia Quing, appunto l’ultima (solo l’imperatore poteva indossare abiti di quel colore). Le decorazioni col drago e la fenice, simboli dell’imperatore e dell’imperatrice. I guardiani: il leone con la sfera e la leonessa che accarezza con la zampa il figlioletto, posti a ogni ingresso…
Le bestie mitologiche (leoni, draghi, fenici, cavalli volanti, unicorni) si alternano col compito di proteggere l’edificio dagli spiriti maligni

In oltre tre ore di tour a piedi riusciamo a farci appena una pallida idea dei molteplici luoghi dove gli imperatori regnavano e lavoravano, insieme con eunuchi, funzionari, militari, fra intrighi di corte e sfarzo di gioielli. Alla sera tutti i maschi fuori, tranne l’imperatore: per evitare dubbi sui discendenti…
Impossibile descrivere tutto e d’altronde per questo basta una buona guida: il consiglio è allora di godersi soprattutto l’insieme dei maestosi spazi e delle armoniose architetture. Gli interni dei palazzi e dei cortili risultano infatti parzialmente spogli: per questo è anche importante una visita al Museo del Palazzo (si paga un biglietto a parte) dove sono custoditi splendidi gioielli, orologi, vestiti e arredi di corte. Anche se la maggior parte del «tesoro» imperiale fu trafugata dai nazionalisti di Chang Khai Chek, sconfitti da Mao, e si trova tuttora al museo di Taiwan.
A pranzo andiamo in un ristorante cinese molto elegante, all’interno di un hotel. Ci servono quindici pietanze diverse su una grande vassoio girevole al centro del tavolo: pollo e manzo, funghi e verdure varie, tutto a bocconcini o striscioline. Ci stupiamo perché davanti a noi abbiamo solo piattini minuscoli che usiamo all’occidentale, posandovi con difficoltà ciò che preleviamo dal centrotavola. Dopo le risate delle cameriere che non ci staccano gli occhi di dosso, capiamo che in realtà i cinesi con le bacchettine prendono i bocconi dai piatti di portata e li portano direttamente in bocca, senza passare dal piattino che è messo lì giusto per figura. Ma, insomma, comunque riusciamo a mangiare e abbiamo anche il …coraggio di usare, con una certa destrezza, le bacchette (con un moto di pietà al tavolo dopo un po’ ci portano in ogni caso le posate).

IL PALAZZO D’ESTATE
Di pomeriggio è la volta del Palazzo d’Estate, residenza vacanziera dei regnanti, portato all’attuale splendore dalla Imperatrice Cixi. In origine concubina di terzo grado, riuscì a impadronirsi del potere per quasi cinquant’anni, governando prima in nome del proprio figlio (morto a 18 anni), poi grazie a intrighi e complotti fino al 1908, tirando le fila di imperatori-fantocci e portando la dinastia Quing alla consunzione e rovina finale. Per dirne una, fece uccidere una concubina che le si opponeva: arrotolata in un tappeto e gettata viva in un pozzo della Città dagli eunuchi. È rappresentata anche all’inizio del film di Bertolucci: in punto di morte nomina l’ultimo imperatore ancora bambino e, appena spirata, le chiudono la bocca con una perla nera.
Il Palazzo e il giardino meritano una lunga visita: atmosfere fiabesche sul lungolago, con la passeggiata coperta (750 metri), di legno intarsiato e dipinto con vari paesaggi o scene mitologiche, che univa i vari edifici della residenza. Il Changlang (Lungo corridoio) termina con la «Nave di marmo», una follia costosissima dove Cixi prendeva il tè. Per l’intero complesso, a quanto pare, l’imperatrice dissipò la somma che era destinata alla costruzione di una grande flotta militare…
    Uno spettacolo al Museo nazionale dell’Opera di Pechino

Al termine prendiamo un’imbarcazione con la testa di drago per un piacevolissimo giro a ritroso sul lago. La serata si conclude con uno spettacolo al Museo nazionale dell’Opera di Pechino, per la verità consigliabile solo agli appassionati del genere (i ragazzi rumoreggiano…).
AVVERTENZE PER LO SHOPPING E I TAROCCHI
Prima e dopo la visita al Palazzo d’Estate è tempo di shopping: ci portano prima in una fabbrica di perle di fiume, poi in una fabbrica di seta, con tanto di spiegazioni e dimostrazioni con ostriche e bachi da seta, tutto sommato interessanti.
Qui occorre però un’avvertenza, utile per tutti: le guide in Cina sono impiegati statali e guadagnano ben poco (lo stipendio medio mensile, ricordate, è l’equivalente di 400 euro). Le guide arrotondano quindi con le percentuali sugli acquisti che procacciano. E’ anche vero che il governo, di fatto, obbliga a portare i turisti nelle fabbriche e nei magazzini statali, anche se queste visite non sono menzionate nei programmi delle agenzie di viaggio.
In sostanza, è bene chiarire subito con la guida se si è davvero interessati a visite del genere e soprattutto quanto tempo si vuole dedicare. Da parte nostra, l’avvertenza è anche questa: nei magazzini statali i prezzi di partenza, in teoria fissi, sono abbastanza cari. Ma è comunque possibile trattare, rivolgendosi ai responsabili del negozio (le commesse non hanno molti margini).
Certamente, si trovano prezzi più abbordabili negli altri negozi o nei mercatini o sulle bancarelle. Ma se si vuole essere certi della qualità dei prodotti, e non prendere bidoni, è bene affidarsi ai negozi statali per quanto riguarda giada o pietre preziose, seta, cachemire e pashmina, ceramica di valore e cloisonné (una particolare tecnica di lavorazione e decorazione dei vasi di rame). Nei magazzini statali vengono forniti anche scontrini, ricevute e certificati di garanzia, comunque utili per superare indenni la dogana. Per i prezzi – dopo lunghe, estenuanti trattative – sulle pietre preziose siamo riusciti ad avere sconti anche del 35-40% (soprattutto se si acquistano più oggetti). Meno elasticità su altri articoli come quelli di seta (sciarpe, trapunte, piumini, copriletto), comunque convenienti rispetto ai prezzi italiani.
Tutt’altra musica nei negozi non statali: rispetto al primo prezzo, si può arrivare tranquillamente a sconti anche del 60-70% a seconda della vostra abilità nel contrattare e del tempo a disposizione. Sempre buono il vecchio trucco di fingere di uscire dal negozio, per farsi inseguire dal negoziante urlante con l’ultimo ribasso.
Qui occorre anche aprire il capitolo della merce taroccata. In teoria si tratta di un commercio proibito e all’inizio le guide vi racconteranno che non vogliono averci niente a che fare. Dopo varie insistenze, si faranno invece convincere ad accompagnarvi, con aria furtiva, in un retrobottega o in una casa privata o in vere e proprie centrali del tarocco. Anche qui le guide hanno la loro percentuale: il venti per cento di quel che spenderete.
Occorre anche dire che in Cina si trova ben altro, oltre alla merce taroccata in modo grossolano, di cui sono piene le bancarelle di tutte le piazze italiane (e del mondo occidentale). Esistono infatti copie perfette di borse, t-shirt, orologi, penne e quant’altro, così identiche agli originali griffati da alimentare più di un sospetto. L’ipotesi è che le stesse fabbriche che di giorno producono per la griffe, di notte si mettano nuovamente in moto per il mercato parallelo e clandestino. Oppure che proprio da quella fabbrica vengano «trafugati», grazie a custodi consenzienti e poliziotti corrotti, i prodotti finiti, insieme con marchi, materie prime, etichette etc.
Tutto ciò (e la guerra commerciale in corso) coincide con una filosofia tutta cinese: se in Occidente l’arte e l’artigianato hanno più valore se sono originali e creativi, in Cina il «maestro», l’artista, il bravo artigiano è considerato tale solo se riesce a imitare in modo perfetto un originale (frutto dell’opera dell’uomo o della natura, come nel caso dei giardini cinesi e dei bonsai). Ecco quindi che la «filosofia del tarocco» ha radici profonde e ancestrali in Cina ed è una delle «cause» della mostruosa crescita economica degli ultimi anni, con il Pil che aumenta con un ritmo di diversi punti all’anno


SCALARE LA GRANDE MURAGLIA
Nuova giornata di visite, baciata dal sole (?) di Pechino. Siamo sempre sui 30 gradi e l’umidità è altissima, oltre il 90%, come per tutto il viaggio. Mescolandosi allo smog, diventa una nebbiolina persistente, mentre il caldo mozza il respiro dopo pochi passi. In città non riusciamo a vedere il cielo nemmeno una volta. A sorpresa non si vedono neanche tante biciclette, almeno in centro. Le auto, secondo le statistiche, si vanno infatti moltiplicando e l’inquinamento di pari passo.
In programma la visita alla Grande Muraglia, nel tratto di Badaling, a circa 55 chilometri da Pechino. La prima buona notizia è che col pullmino possiamo arrivare fino al grande parcheggio proprio sotto l’ingresso. I turisti cinesi, invece, vengono bloccati in anticipo, in altre piazzuole a distanza considerevole. Per loro la scalata di «The Great Wall» inizia molto prima.

Un luogo comune, alimentato dallo sciovinismo cinese (si trova pure in molte guide), è che la Muraglia sia l’unica opera dell’uomo visibile dalla Luna. In realtà non è così. Ma con i suoi 6430 chilometri è certamente ben visibile dai satelliti, se vi accontentate (ho verificato in una foto). In origine ideata dal primo imperatore, Quin Huangdi (ne riparleremo a proposito di Xian), poi completata sotto la dinastia Ming, infine è stata restaurata recentemente in alcuni tratti. La zona di Badaling è affollatissima di turisti ma anche di cinesi: d’altronde lo stesso Mao diceva che «non può chiamarsi uomo chi almeno una volta non ha scalato la Grande Muraglia».

Come un serpente, la fortificazione sale sul crinale delle montagne, adattandosi alle curve naturali, e il colpo d’occhio è davvero spettacolare. In pochi minuti si raggiunge un’altezza ragguardevole. Si può seguire con lo sguardo il nastro che si inerpica fino all’orizzonte da una parte all’altra. Ogni cento metri c’è una torretta che permette una breve sosta: in alcuni tratti il sentiero è davvero scosceso e intervallato da gradini ripidi. Il giorno prima è anche piovuto e si rischia di scivolare sull’acciottolato ad ogni passo. Immaginate come i blocchi di roccia siano stati issati dalle vallate fin lassù e si comprenderà anche il numero imprecisato di persone che ha perso la vita per realizzare una simile opera, risultata poi pressoché inutile dal punto di vista militare.
Dopo un paio d’ore di andirivieni, sfiniti torniamo al parcheggio, non senza prima aver fatto una sosta nei negozietti, dove Francesco non resiste e compra la maglietta con la scritta «Ho scalato la Grande Muraglia».
Pranziamo nel ristorante di una fabbrica di cloisonnè. Senza gli occhi delle cameriere puntati addosso, ci divertiamo a usare le bacchettine. Ci servono anche un liquore bianco di riso, equivalente del sakè giapponese. Sull’etichetta della bottiglia riusciamo a decifrare: 56 gradi.

TOMBE DEI MING E VIA SACRA
Di pomeriggio visita alle tombe dei Ming e alla via Sacra: un lungo viale con statue (sacerdoti, guerrieri, animali) da entrambi i lati che termina con una enorme tartaruga, simbolo della longevità (toccare per credere). La guida e i familiari esausti propongono di prendere le macchinine elettriche, ma io insisto e facciamo tutta la Via a piedi. Alla fine ne valeva la pena: il luogo ha infatti un’atmosfera sospesa e incantata davvero unica. UATTOO’ per aver resistito…
Sulla via del ritorno diamo un’occhiata alla zona dei nuovi impianti olimpici. 
  Stadio Olimpico Nido d’uccello

Il famoso stadio «Nido d’uccello» (progetto di Herzog & De Meuron e del cinese Ai Weiwei) e il «Cubo» (Aquatics center) per gli sport d’acqua. Qui andrebbe fatto una parentesi sulla scaramanzia dei cinesi e sul loro rapporto con i numeri. Ma basta dire che pagano fior di quattrini per aggiudicarsi le targhe delle auto con i numeri più fortunati tra cui – secondo loro – le sequenze con il numero 8…
I vicoli Hutong nel centro storico percorribili con le carrozzelle

I VICOLI DEGLI HUTONG
Rientrati a Pechino, trasferimento in una delle zone più caratteristiche, quella degli Hutong, le case popolari a un piano. Siamo nel centro storico con i suoi vicoletti, almeno quelli sopravvissuti al sacco edilizio, durato fino agli anni Novanta. Una esperta sinologa come Renata Pisu ha parlato addirittura di un 70% della vecchia Pechino travolto dal cemento e dai grattacieli negli ultimi anni.
Facciamo un giro in risciò a pedali, con diverse soste. Una zona vicina al lungofiume è piena di localini e negozietti per turisti. Giovani con i capelli colorati e l’aria da punk occupano i tavoli dei pub. Altre zone più interne e degradate ci riportano indietro nel tempo, a una Cina che forse è già sparita sotto le ruspe mentre stiamo scrivendo.
                   I vicoli Hutong nel centro storico

Visitiamo una casetta in cui abita una coppia di anziani. Lo schema è sempre quello quadrato, con un cortile interno su cui danno tutte le stanzette. All’interno spiccano tv e computer nuovi, di buona qualità, in mezzo alla miseria più nera. La signora ci riceve affabilmente ma è costretta ad ammettere che i suoi figli preferiscono vivere lontano, nei grattacieli. Salutiamo e ci immergiamo nuovamente nel vortice degli hutong. Ci risponde anche il corvo della coppia, abituato a dire Nihao (buongiorno).


Di sera cena con l’anatra laccata in un elegante ristorante. Col cameriere che affetta la «prelibata» pietanza davanti a noi, munito di coltellaccio e mascherina da chirurgo. Per mesi, prima della partenza, questo piatto era diventato il simbolo dell’incubo gastronomico che la Cina rappresentava…e invece mangiamo di gusto e senza problemi. Difficile descrivere il sapore, nulla a che vedere col pollo. Piuttosto sembra quasi una porchetta, soprattutto la pelle glassata diventa gustosa e croccante…UATTOO’ di felicità, viene proprio dal palato.
Il Tempio del Cielo, patrimonio dell’umanità protetto dall’’Unesco

L’indomani la visita è al Tempio del Cielo, patrimonio dell’Unesco, oggi anche parco pubblico. Due volte all’anno l’imperatore vi si recava per ringraziare per il raccolto già fatto e per propiziare il raccolto venturo. L’edificio di maggior pregio è il rotondo Quinian Dian (appunto la Sala della preghiera per i buoni raccolti), tutto di legno, costruito senza l’uso di un solo chiodo, alto 40 metri con tre livelli coperti di tegole blu intenso. L’enorme parco è l’occasione per vedere il variopinto popolo cinese dedicarsi al ballo, al badminton, agli aquiloni, ai canti o a gettare urla al Muro dell’Eco.
Infine con la giovane guida Serena torniamo all’aeroporto-dragone, salutiamo e diamo una meritata mancia a lei e all’autista. UATTOO’ di ringraziamento…

Seguici su:

Leave a comment

Your email address will not be published.


*