“Quando le sedie erano volanti”, il nuovo libro di Carmelo Lo Curto




E’ in libreria il nuovo lavoro del professore Carmelo Lo Curto che ha fatto un studio approfondito sulla storia della confraternita dei bastasi e siggitteri e della chiesa dei Santi Giuliano ed Euno nella contrada della Vetriera a Palermo.

Riportiamo di seguito in versione integrale la premessa di questo bel volume che descrive con dovizia di particolari aspetti della vita della città di Palermo e dei suoi luoghi che possono far capire al lettore come il tessuto urbano dal XIV al XIX secolo abbia subito trasformazioni non solo dal punto di vista strutturale e architettonico ma anche modifiche importanti dal punto di vista sociale e demografico.

Inoltre si riportano le notizie che riguardano la  confraternita dei santi Giuliano ed Euno che venne fondata a Palermo dai bastàsi e siggitteri che, costituitisi in unione nel 1649 elessero come loro protettori i due santi martiri d’Alessandria d’Egitto ai quali dedicarono la chiesa che edificarono nel 1651 nella contrada della Vetriera.

A Palermo esiste una strada intitolata alle sedie volanti. Qualche buontempone ha diffuso la leggenda che questa strada, esistente vicino allo storico mercato del Capo in prossimità della cosiddetta grotta dei Beati Paoli, porti questa denominazione perché vi abitava gente irascibile e che per questo, nei momenti di massimo parossismo, durante le liti volassero le sedie.

Naturalmente non è così, le sedie di cui si tratta sono le portantine, dette per l’appunto sedie volanti perché i viaggiatori venivano trasportati comodamente seduti su di esse, senza toccare il suolo.

Nei secoli in cui esse erano di largo uso, il termine con il quale si soleva indicare tale mezzo di trasporto urbano era “seggia”, parola derivante dal latino seggere, dal quale deriva il termine diffuso in tutta Italia di seggetta.

Di conseguenza coloro che erano addetti al trasporto della seggetta venivano definiti seggettieri e a Palermo siggitteri. Questi facevano parte di quella più ampia categoria dei trasportatori di roba, che assolvevano al loro compito adoperando le proprie braccia e le loro stesse gambe: i bastasi, un termine che deriva dal greco e che significa portare.

A Palermo i seggettieri venivano chiamati anche “bastasi di cinga” perché per il loro servizio usavano una cinghia di cuoio che, passando attorno alla nuca e agganciandosi alle

stanghe della seggetta, li aiutava a reggere il peso del mezzo a cui si aggiungeva il peso del viaggiatore.

Un mestiere duro e faticoso, dunque, che abbisognava di grande forza fisica e resistenza allo sforzo.

Un mestiere che, comunque, volendo contare soltanto i seggettieri che prestavano il loro servizio a nolo, dava da mangiare ad oltre 300 famiglie. Famiglie che abitavano concentrate nei quartieri più popolari di Palermo, l’Albergheria e il Capo, ospitati nei cosiddetti cortigli, complessi di case, spesso d’una sola stanza, organizzate attorno ad una corte dove al centro le acque immonde venivano convogliate in un pozzo nero e il cui squallido aspetto era appena ingentilito da un albero di caccamo o di fico. Siccome per praticare il mestiere di seggettiere non occorreva una particolare specializzazione e non era necessario sottoporsi ad un lungo apprendistato, in quanto non

c’era nulla da imparare se non le poche regole dettate dalle consuetudini, la categoria stentò ad associarsi in una corporazione di mestiere e questo sino alla metà del XVII secolo quando si decise di fondare una unione nella forma di una confraternità religiosa, che permettesse loro, attraverso i capitoli approvati dal governo della città e dall’arcivescovo, di stabilire la cosiddetta privativa, quel complesso di regole che proteggevano le corporazioni, dette a Palermo maestranze,

dalla concorrenza di terzi che non fossero associati alla sopraddetta unione.

L’unione conferì ai seggettieri palermitani, gente povera, incolta, litigiosa e dalle maniere spicce e volgari, la forza derivante dal grande numero di associati (500 a detta dei capitoli di fondazione, ma negli atti ne ho contati fino ad un massimo di 320) i quali, pur pagando una quota modesta, si poterono permettere di innalzare una chiesa tutta loro, orgoglio della categoria, dedicata ai santi

martiri alessandrini Giuliano ed Euno.

La innalzarono in una contrada, la vitrera, che ricadeva nel più vasto ambito del quartiere della Magione. Una contrada lontana dalle loro abitazioni, ma che possedeva il pregio di un valore fondiario modesto per essere, in quel tempo, un luogo decentrato, un ambito in cui gli edifici esistenti erano per lo più magazzini, e le poche case esistenti erano per la maggior parte disabitate o in rovina.

Qui la confraternita dei bastasi siggitteri ebbe l’occasione di acquisire a buon prezzo un malridotto magazzino che trasformarono in una piccola chiesa confraternale, una chiesa che, seppur modesta, possedette tutta la dignità del suo ruolo, attraversando le traversie dei secoli e giungendo sino a noi, quasi indenne, sino all’ultima guerra mondiale.

Dopo la chiesa venne abbandonata, spogliata dei suoi arredi e delle opere d’arte, offesa dalle ingiurie del tempo e degli uomini che ce l’hanno consegnata, all’alba del terzo millennio, sotto forma di rudere. Un relitto spiaggiato sul margine del grande vuoto della Magione. Quella che segue è la Storia della chiesa dei Santi Giuliano ed Euno, della confraternita dei bastasi siggitteri che la costruirono e della contrada palermitana della vitrera in cui essa venne fondata, raccontata dalla sua origine sino al suo recente restauro.

 

 

 

 

 

 

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